martedì 13 settembre 2016

Carlo Collodi . "Le avventure di Pinocchio"


Foto di Carlo Collodi
                                                 

Carlo Collodi (il cui vero nome è Carlo Lorenzini), nasce a Firenze il 24 novembre 1826. La madre, Angelina Orzali, benché diplomata come maestra elementare, fa la cameriera per l'illustre casato toscano dei Garzoni Venturi - la cui tenuta a Collodi rimarrà uno dei ricordi più cari del piccolo Carlo - e in seguito presso la ricca famiglia Ginori di Firenze. 

Il padre Domenico Lorenzini, di più umili origini, debole di carattere e fragile di salute, lavora come cuoco per gli stessi marchesi Ginori. Primogenito di una numerosa e sventurata famiglia (dei dieci figli, sei ne muoiono in tenera età), Carlo frequenta le elementari a Collodi, affidato ad una zia. Malgrado il carattere vivace, inquieto e propenso all'insubordinazione, viene avviato agli studi ecclesiastici presso il Seminario di Val d'Elsa e poi dai Padri Scolopi di Firenze.
Quando il fratello Paolo Lorenzini diventa dirigente nella Manifattura Ginori, la famiglia acquista finalmente un po' di serenità e di agiatezza, e Carlo può iniziare la carriera di impiegato e di giornalista.
Abbracciando le idee mazziniane, partecipa alle rivolte risorgimentali del 1848-49. Negli anni Cinquanta , nel suo ruolo appunto di giornalista, descrive la realtà toscana cogliendone i lati spiritosi e bizzarri, fatta di intrighi e storielle da caffè per mezzo di fulminanti invenzioni linguistiche. Tutto materiale che confluirà nel suo capolavoro, l'intramontabile Pinocchio.
Stimolato dalle esperienze come giornalista, comincia a scrivere intensamente, esercitando la sua capacità di dar vita, per mezzo della sua poetica, alle novità della vita contemporanea. Ne sono testimonianze i suoi primi romanzi "Un romanzo in vapore" e "Da Firenze a Livorno", pubblicati intorno al 1856 e in cui l'autore fu tra i primi a evidenziare la novità tecnologica apportata della ferrovia.
Di ingegno versatile, creativo, spiritoso, Lorenzini fondò in seguito il periodico "Il Lampione" che si prefiggeva di "far lume a chi brancolava nelle tenebre"; dopo la (temporanea) restaurazione granducale "Il Lampione" dovette chiudere (riaprirà undici anni dopo) e Lorenzini si dedicò al giornale "Scaramuccia" (soprattutto di critica teatrale) collaborando ad altri periodici fra cui il "Fanfulla".
Ma la sua vera strada la trova quando, già avanti con gli anni, si dedica alla letteratura per l'infanzia. Come funzionario al servizio dello stato unitario appena formato, inizia con la traduzione dei racconti delle fate di Perrault, per poi lavorare a vari libri pedagogici per la scuola. Per questa attività adotta il nome di Collodi che non è altro che il nome del paese originario della madre (all'epoca in provincia di Lucca, mentre dal 1927 si trova in provincia di Pistoia).
Dopo "Giannettino" (1875) e "Minuzzolo" (1877) scrive il suo capolavoro "Le avventure di Pinocchio", apparse per la prima volta sul "Giornale dei bambini" nel 1881 con il titolo "La storia di un burattino" facendole terminare con il quindicesimo capitolo. Dopo pochi mesi Collodi riprese la narrazione del libro con il nuovo titolo per portarlo a termine nel 1883 anno in cui viene raccolto in volume dall'editore Felice Paggi di Firenze.
Originariamente le avventure di Pinocchio si concludevano nell'episodio dell'impiccaggione, con la morte del burattino. Le proteste dei piccoli lettori del "Giornale dei bambini" indussero però l'autore a proseguire il racconto, che si concluse definitivamente, con la trasformazione del burattino in bambino. Qualche anno dopo la sua apparizione in volume, "Le avventure di Pinocchio" divennero un testo vendutissimo, un classico che indubbiamente oltrepassa i confini della mera letteratura per l'infanzia. L'opera è stata pubblicata in 187 edizioni e tradotta in 260 lingue o dialetti.
Prima di aver goduto del meritato successo, Carlo Collodi muore, improvvisamente, il 26 ottobre 1890 a Firenze. Le sue carte, donate dalla famiglia, sono conservate nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
«Pinocchio va considerato tra i grandi libri della letteratura italiana... libro di vagabondaggi e di fame, di locande malfrequentate e sbirri e forche, impone il clima e il ritmo dell'avventura picaresca... Da quando ho cominciato a scrivere l'ho considerato un modello di narrazione d'avventura».
Italo Calvino

«Pinocchio lo si può vivere come si vuole. Come un incubo, un sogno, una tempesta, un cocomero, la vita, la morte; va tutto bene perché è un mito... È un personaggio magico, spettacolare, pieno di energia, vitalità, fantasia, divertimento, poesia e anche crudeltà. C'è dentro tutta la vita di tutti gli esseri viventi, tutti i movimenti di tutte le anime del mondo, tutta la gioia di vivere, il dolore, la sofferenza, la tragedia, le viti, i fili di ferro, i pezzi di legno... C'è la vita stessa che ci circonda».
Roberto Benigni


"Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito , o sono matti o imbroglioni "




- Carlo Collodi -


Scritti di Carlo Collodi:
- Un romanzo a vapore. Da Firenze a Livorno...
- Giannettino
- Minuzzolo
- I racconti delle fate (traduzione delle favole di Perrault)
- Le avventure di Pinocchio
- Occhi e nasi, ricordi dal vero
- Storie allegre

domenica 11 settembre 2016

GENGIS KHAN. IL NOMADE CHE CONQUISTO’ IL MONDO

GENGIS KHAN
«Porto gli stessi cenci e mangio lo stesso cibo dei bovari e degli stallieri. Considero il popolo come un fanciullo e tratto i soldati come fossero miei fratelli. I miei progetti sempre concordano [con la ragione]. Quando faccio il bene, ho sempre cura [degli uomini]. Quando mi servo delle miriadi di miei soldati, mi pongo sempre alla loro testa. Mi sono trovato in cento battaglie e non ho mai pensato se c'era qualcuno dietro me. Ho affidato il comando delle truppe a quelli in cui l'intelligenza era pari al coraggio. A chi era attivo e capace ho affidato la cura degli accampamenti. Agli zotici ho fatto mettere in mano la frusta e li ho mandati a sorvegliare le bestie». (citazione di Gengis Khan, da una stele taoista del 1219)
SIAMO TUTTI FIGLI DI TEMUJIN
di Federico Pistone (da "Mongolia -
L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" - Polaris)

Se fino a quindici anni fa evocare il nome di Gengis Khan poteva portare di fornte a un plotone di esecuzione del governo filosovietico, oggi parlare male o a vanvera del grande condottiero viene considerata una bestemmia e insieme un vilipendio. Gengis Khan (la pronuncia corretta assomiglia a Cinghis Haan, con l’acca molto aspirata), il più grande conquistatore di tutti i tempi, riposa in pace, probabilmente in un luogo del Khentii, nel nord della Mongolia, dov’è nato intorno 1162, incoronato imperatore nel 1206 e morto nel 1227. Aveva conquistato il mondo a cavallo e l’unica volta che ne è sceso, per una caduta, è morto. Eppure Gengis Khan è stato riesumato e torna a vivere nell’orgoglio dei mongoli: è diventato perfino un’ossessione, soprattutto dopo la celebrazione degli 800 anni dell’impero festeggiati nel 2006. Si comincia già allo sbarco a Ulaanbaatar: l’aeroporto, dal maggio 2006, si chiama Chinggis Khaan, e non più col nome storico Buyant Ukhaa. Dal marzo 2008 dagli aerei in atterraggio è possibile scorgere un gigantesco ritratto del condottiero formato da 430.000 tessere di cristallo, dono del Rotary club di Taipei. In qualsiasi bar si può bere l’ottima birra Genghis Khan e sugli scaffali dei supermercati sono infilate centinaia di bottiglia dell’omonima vodka, tra l’altro eccellente grazie all’acqua purissima che viene utilizzata. Uno degli alberghi più prestigiosi della capitale si chiama Chinggis Hotel, una bizzarra struttura rosa e nera che assomiglia a un castello di carte in riva al fiume Selbe. Uno dei pub-ristoranti più frequentati è il Chinggis Club, a nord della città, con cucina tedesca e birra dedicata a Temujin. Ma c’è un concorrente proprio davanti allo State Department Store che offre esclusivamente cucina mongola, soprattutto i buuz, i tradizionali ravioli al vapore ripieni di carne di montone: si chiama Khaan Buuz. Anche una delle principale banche di Ulaanbaatar non si è fatta sfuggire l’occasione di garantire i risparmi sotto il nome più rassicurante: Khaan bank, un grande edificio immacolato a est di Ub. Uno dei gruppi musicali rock più popolari si è assicurato il battesimo dell’imperatore. Infinita la teoria di negozi e locali con il nome del condottiero. Che, a scanso di equivoci, campeggia anche su manifesti giganti, come quelli che pubblicizzano la compagnia telefonica mongola e sulle banconote più diffuse, da 500 a 10.000 tugrig, cioè da 30 centesimi a 6,5 euro. Per accontentare i sovietici, non solo i mongoli hanno eretto statue ad eroi forestieri (la Mongolia è stato l’ultimo Paese al mondo, Russia compresa, a tenere in piedi le statue di Stalin) ma hanno dedicato la piazza principale e il nome della capitale (Ulaanbaatar: eroe rosso) a Sukhbaatar (eroe con l’ascia, sempre lui), colui che nel 1921 capeggiò la rivolta mongola contro i cinesi per consegnare la patria direttamente nelle mani dei sovietici. C’è da scommettere che nei prossimi anni la piazza cambierà nome: nel frattempo è stata eretta una sontuosa statua di Gengis Khan al centro di un colonnato di fronte al Parlamento che fa quasi impallidire Sukhbaatar a cavallo.
I mongoli, anche i più giovani, sono orgogliosi di essere discendenti di Gengis Khan. La bibbia qui è La Storia segreta dei mongoli che viene letta e studiata già nelle scuole elementari. Ma forse non sanno che anche noi siamo un po’ figli di Gengis Khan. Una ricerca genetica condotta da Chris Tyler-Smith e pubblicata dall’American Journal of Human genetics ha accertato che lo 0,5% dell’intera popolazione mondiale e l’8% di quella asiatica discende da un uomo solo che ha trasmesso il cromosoma battezzato super Y e che ha vissuto tra il XII e il XIII secolo. Allo stesso risultato era giunta un’altra ricerca condotta da Bryan Sykes dell’Università di Oxford che aveva ricondotto senza incertezza  il gene a Temujin per “la consuetudine dell’imperatore mongolo di uccidere i nemici e violentare le donne quando i suoi eserciti conquistavano un nuovo territorio. “Non c’è dubbio – ha ribadito David Morgan, docente di storia mongola all’Università del Wisconsin – che Gengis Khan lasciò una progenie sterminata”. Insomma, siamo un po’ tutti figli di Gengis Khan. E chi ha la cosiddetta macchia mongolica stampata sul corpo può vantare una vera e propria certificazione genetica di garanzia.

GENGIS KHAN, IL NOMADE CHE CONQUISTO’ IL MONDO
di Federico Pistone (da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" - Polaris)

La sua tomba resta un segreto. Se l’è portato con sé e con le centinaia di cavalli e cavalieri uccisi per non rivelare al mondo il luogo della sua sacra sepoltura. Inutili finora gli scavi, inutile il dispiego di satelliti e altre diavolerie tecnologiche importate da Stati Uniti e Giappone. Gengis Khan, il più grande conquistatore di tutti i tempi, riposa in pace probabilmente in un luogo del Khentii, nel nord della Mongolia, dov’è nato intorno 1162, incoronato imperatore nel 1206 e morto nel 1227. Aveva conquistato il mondo a cavallo e l’unica volta che ne è sceso, per una caduta, è morto. “La Storia segreta dei mongoli”, scritta da anonimo nel settimo mese dell’anno del Topo 1240, quindi diciassette anni dopo la morte di Gengis Khan, ci aiuta a capire molti aspetti della vita e della leggenda del grande condottiero, ancora oggi oggetto di vivacissime diatribe storiche. Colui che diventerà Gengis nasce sulle rive del fiume Onon, alla confluenza con l’Hur, tenendo in mano un grumo di sangue rappreso. Viene battezzato Temujin perché questo è il nome del capo dei tartari appena catturato dall’esercito mongolo guidato dal padre Yesugai. Quando Temujin ha nove anni viene dato in sposa a Boorte, che ha un anno in più. Al ritorno verso l’accampamento, Yesugai è avvelenato dai tartari. Temujin cresce con la sete di vendetta, dimostrando subito uno straordinario coraggio ma anche una saggezza stupefacente. In poco tempo riunisce tutte le popolazione nomadi e guerriere dell’Asia centrale. Così nel 1206 viene incoronato Gengis Khan, che significa “signore degli oceani”. Si circonda dei migliori strateghi della guerra e comincia a espandere come un’immensa onda il proprio dominio prima di morire combattendo. Lascia ai mongoli un impero quasi senza limiti, dal mar della Cina al Mediterraneo. Come per gli Unni di Attila, la morte del condottiero coincide con il declino di un’epopea. Dopo Gengis Khan l’impero mongolo raggiungerà dimensioni ancora superiori, ma andrà sfaldandosi fino alla dissoluzione. Bat Erdene Batbayar, storico mongolo e attivista politico, ha una motivazione che sconfina nella psicologia: “Il nostro è un popolo nomade, guerriero ed equestre. Abbiamo facilità di conquista, ma un’estrema fragilità nel controllare territori immensi e lontani. Il rischio di dissidi e di attacchi di nostalgia era sempre in agguato”. Insomma, la malinconia avrebbe annientato l’impero dei mongoli.
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UNA STORIA SEGRETA FRA PASSIONE E CRUDELTA’
di Federico Pistone (da "Mongolia - L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri" - Polaris)

Fu Gengis Khan a imporre l’istruzione al popolo dell’impero mongolo. Nel 1204 fece pubblicare, in linguaggio uiguro, il codice delle leggi, chiamate yasak, termine che ha quattro significati: ordine, divieto, danno, peccato. Scelse l’inchiostro azzurro che richiama il sacro cielo, a sottolineare l’origine divina di questi editti. Ma la scrittura restò solo legata a documenti ufficiali o religiosi. La tradizione scritta è molto scarsa, come per tutte le popolazioni nomadi. C’è però un’eccezione straordinaria: “La Storia segreta dei Mongoli”, scritta nel XIII secolo da una sorta di Omero mongolo, solo diciassette anni dopo la morte di Gengis Khan. È una saga sconcertante per la nostra sensibilità occidentale, ma permette di affondare lo sguardo in una realtà tanto lontana nel tempo e nello spazio, densa di coraggio e crudeltà, di orgoglio e passione. Ogni mongolo ha letto la “Storia segreta” almeno una volta, molti la sanno a memoria, a scuola è studiata con assiduità e ha la stessa valenza per noi della “Divina commedia”. In calce, l’autore (o forse gli autori) ha voluto ricordare che l’opera è stata scritta sotto il regno di Ogodei, figlio di Gengis Khan, nel settimo mese dell’anno del Topo (1240). La “Storia segreta”, composta nell’antico alfabeto uiguro, era andata perduta ma a metà dell’Ottocento ne fu miracolosamente rinvenuta una copia trascritta in cinese. Racconta della vita di Gengis Khan, dalle origini alla morte, attraverso le sue impressionanti gesta. Questo testo, lungo quanto un romanzo, è diventato l’unica vera “sceneggiatura” di mille film, libri, documentari e speculazioni su Gengis Khan e sull’impero mongolo, come la saga editoriale “Il figlio della steppa” di Conn Iggulden, il romanzo più venduto in Inghilterra nel 2007.
La Storia segreta si apre con la nascita e del battesimo del più grande conquistatore della storia, partendo dai successi in battaglia del padre: “Proprio mentre Yesugai sconfigge i Tatari che hanno come capo Temujin-Uge, la moglie Hoelun partorisce presso il fiume Onon: allora nasce Gengis Khan. Stringe in mano un grumo di sangue rappreso. Dicono: è nato mentre veniva catturato il nemico tataro Temujin-Uge, lo chiameremo Temujin”. Quando ha nove anni, il padre decide di trovargli una moglie dagli zii materni. “Ha dieci anni, uno in più di Temujin. Si chiama Borte e ha il viso come l’alba e gli occhi di fuoco”. La narrazione passa attraverso il dramma della morte del padre: “Yesugai ha molta sete e decide di fermarsi a chiedere da bere a un gruppo di Tatari. Ma loro lo riconoscono e di nascosto gli versano del veleno nella coppa. Tre giorni dopo Yesugai sta male e chiama a sé il fratello Munglig e chiede di portargli Temujin”. E qui, ereditato il potere del padre, comincia la vera saga di Gengis Khan, fitta di battaglie, conquiste, razzie, atrocità, amore, amicizia e tradimenti. Fino all’incoronazione, nel 1206: “Dopo essersi consultati fra di loro, Altan, Qucar, Saca-Beki e tutti gli altri dicono a Temujin: Ti eleviamo a Khan. Inseguiremo il nemico, ti porteremo le vergini e le mogli più belle, tende, palazzi, schiavi e i cavalli migliori. Cacceremo le belve di montagne e te ne faremo dono, senza sventrarle. Per ogni animale che cattureremo, te ne daremo metà, dopo avergli tolto le zampe. Se dovessi mancare a un tuo comando, allontanaci dall’accampamento, dalle nostre donne, tagliaci le teste e buttale in terra. Struggente l’episodio del ferimento di Gengis Khan, accudito con amorevole cura dal luogotenente Jelme: “Gengis Khan è ferito all’arteria del collo. Impossibile fermare il sangue. Jelme succhia continuamente il sangue che si rapprende. Quando ha la bocca piena, o sputa il sangue o lo inghiotte”. Infine la morte del condottiero, solo accennata, come se il narratore avesse paura di profanarne la memoria, di scoperchiare la tomba che lo stesso Gengis Khan ha ordinato rimanesse per sempre segreta. Non dimentichiamo che l’amatissimo imperatore è scomparso da pochi anni e il dolore popolare è ancora incredibilmente vivo. “Prima di presentarsi a Gengis Khan, Burqan sceglie i doni per il suo imperatore: nove pezzi d’oro, nove d’argento, nove vasi preziosi, nove fanciulle, nove dei migliori cavalli e nove cammelli e, come regalo principale, una tenda d’oro. Durante l’udienza Gengis Khan si sente male”. La “Storia segreta” finisce dove comincia la leggenda e l’orgoglio di un popolo.

LA TOMBA DI TEMUJIN Dove sia sepolto Gengis Khan è ancora un mistero. Nel luglio del 2001 una spedizione mongolo-americana, guidata da studiosi della Chicago University, ha annunciato di avere individuato la tomba di Temujin. Sarebbe in prossimità del monte Burkhan Khaldun nel Khentii, l'aimag d'origine del condottiero. Nella zona di Iksain Gazar è stato rinvenuto un gigantesco muro di oltre 3 chilometri e alto fino a 4 metri in cui sarebbero stati sepolti re e regine del medioevo mongolo.

In occasione dell'800° anno della fondazione dell'Impero di Gengis Khan (1206-2006) la redazione diwww.mongolia.it ha cercato i luoghi fondamentali della vita del grande condottiero: dove è nato, dove è stato incoronato e dove, forse, è stato sepolto. Nelle foto (di Federico Pistone), dall'alto in basso: la congiunzione dei fiumi Onon e Hurhin, nei pressi di Binder, dove Temujin nacque intorno al 1160; al centro, le sponde del lago Khokh dove fu proclamato imperatore nel 1206 e, a destra, il luogo più accreditato per la sua sepoltura segreta, nelle foreste del Khentii (una pietra levigata fa da accesso a un enorme ovoo di pietre dietro gli alberi, probabilmente la tomba di un grande condottiero, forse proprio Gengis Khan). Le ricerche per individuare la sua vera tomba purtroppo continuano senza sosta, nonostante la volontà  espressa da Temujin di celarne per sempre l'ubicazione.

sabato 10 settembre 2016

Marco Polo: La Via della Seta lo porta in Cina


DALL’ITALIA
Tre uomini sbarcano da una galea su un molo di Venezia. Nessuno corre ad accoglierli. Il loro ritorno in patria dopo 24 anni all’estero passerebbe inosservato se non fosse per il loro aspetto bizzarro che attira l’attenzione. Indossano abiti sbrindellati ma di ottima seta, alla moda dei mongoli (o tartari, come si chiamavano allora), e hanno “una certa indescrivibile somiglianza con i tartari sia nel comportamento che nell’accento, avendo dimenticato quasi completamente la lingua veneziana”, afferma una fonte. I viaggiatori sono Marco Polo, suo padre e suo zio. È l’anno 1295.
LE STORIE dei Polo di un viaggio fino al lontano Catai, l’odierna Cina, sembrarono incredibili ai loro contemporanei. Le memorie di Marco Polo, raccolte in un libro intitolato prima Descrizione del mondo e poi Il Milione, parlavano di civiltà sconosciute dai tesori favolosi, ricche di prodotti ricercatissimi dai mercanti occidentali. Il libro ebbe un’enorme influenza sulla fantasia popolare. Entro 25 anni dal ritorno di Marco Polo ne esistevano versioni manoscritte in franco-italiano, francese, latino, toscano, veneziano e probabilmente in tedesco: un successo senza uguali nel Medioevo. Il libro fu copiato a mano per due secoli e dal 1477 ha continuato a essere stampato in molte lingue. Probabilmente Marco Polo è l’europeo più famoso che abbia mai percorso la Via della Seta fino in Cina. Perché fece quel viaggio? E si può credere a tutto quello che sostenne di aver visto e fatto?
Mercanti di Venezia
Nel XIII secolo molti mercanti veneziani si stabilirono a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, e accumularono ingenti ricchezze. Fra loro c’erano Niccolò e Matteo Polo, padre e zio di Marco. Verso il 1260 essi vendettero le proprietà che avevano lì, investirono il ricavato in gioielli e partirono per la capitale del khanato occidentale dell’impero mongolo: Saraj, sul Volga. Gli affari andarono bene ed essi raddoppiarono il capitale. Siccome la guerra impedì loro di tornare a casa, si diressero verso Oriente, probabilmente a cavallo, e raggiunsero la città di Buchara, un importante centro di scambi commerciali dell’attuale Uzbekistan.
Le agitazioni li trattennero lì per tre anni finché non passarono da Buchara dei messi che si recavano da Qubilai, Gran Khan di tutti i mongoli, i cui domini si estendevano nell’area che oggi andrebbe dalla Corea alla Polonia. I messi invitarono Niccolò e Matteo a unirsi a loro, dato che, stando al racconto di Marco Polo, il Gran Khan nonaveva mai visto dei “latini” (intendendo probabilmente abitanti dell’Europa meridionale) e sarebbe stato felice di parlare con loro. Dopo un anno di viaggio i Polo arrivarono alla corte di Qubilai Khan, nipote di Gengis Khan, fondatore dell’impero mongolo.
Il Gran Khan accolse i due fratelli Polo con tutti gli onori e fece loro molte domande sull’Europa. Diede loro una piastra d’oro che doveva servire da salvacondotto per il viaggio di ritorno e affidò loro una lettera per il papa in cui lo pregava di mandargli “cento uomini savi, esperti nella religione cristiana, sapienti nelle sette arti”* per convertire la popolazione.
Marco, che era nato a Venezia, aveva 15 anni quando nel 1269 vide per la prima volta suo padre. Al rientro in paesi “cristiani”, Niccolò e Matteo appresero che papa Clemente IV era morto. Essi attesero un successore, ma quell’interregno, il più lungo della storia, durò tre anni. Dopo due anni, nel 1271, ripartirono alla volta del Gran Khan, portando con sé Marco che aveva 17 anni.
Il viaggio di Marco Polo
Ad Acri, in Palestina, un alto prelato e uomo politico, Tebaldo Visconti, diede ai Polo lettere per il Gran Khan che spiegavano perché non era possibile soddisfare la sua richiesta di cento savi. Giunti in Asia Minore, i Polo seppero che lo stesso Visconti era stato eletto papa, perciò tornarono da lui ad Acri. Invece di cento savi, il nuovo papa, Gregorio X, mandò solo due frati autorizzati a ordinare sacerdoti e vescovi, e fornì loro le dovute credenziali e doni per il Khan. Il gruppo si rimise in viaggio ma, spaventati dalle guerre che devastavano quelle regioni, ben presto i frati tornarono indietro, mentre i Polo proseguirono.
I tre attraversarono i paesi che corrispondono agli attuali Turchia e Iran e scesero verso il Golfo Persico con l’intenzione di proseguire per mare. Tuttavia, constatando che le imbarcazioni erano malfatte e tenute insieme con delle funi e quindi non in grado di tenere il mare, presero la via di terra. Dirigendosi a nord e a est, superarono le immense zone desertiche, le imponenti catene montuose, gli altipiani verdeggianti e i fertili pascoli dell’Afghanistan e del Pamir prima di arrivare nella città di Kashgar, in quella che oggi è la regione autonoma cinese del Sinkiang Uighur. Quindi seguendo antiche carovaniere a sud del bacino del Tarim e del deserto del Gobi, giunsero a Cambaluc, l’odierna Pechino. L’intero viaggio, reso difficile sia dal tempo inclemente che da un’imprecisata malattia di Marco, richiese tre anni e mezzo.
Per via Marco Polo annota delle cose interessanti: la montagna dell’Armenia su cui si diceva si fosse fermata l’arca di Noè, il presunto luogo di sepoltura dei Magi in Persia, paesi dal freddo intenso e dal buio perenne nell’estremo nord. Nella letteratura occidentale Marco Polo è il primo che menziona il petrolio. Rivela che la “salamandra”, lungi dall’essere la lana di un animale resistente al fuoco, come si credeva, è un minerale (l’amianto) che si estrae nella regione del Sinkiang Uighur. Racconta che sassi neri che bruciano (il carbone) sono così comuni in Cina che ogni giorno si possono fare bagni caldi. Ovunque vada, Marco Polo prende nota di ornamenti, cibi, bevande (in particolare il latte fermentato di cavalla amato dai mongoli), come pure di riti religiosi e magici, mestieri e mercanzie. Interamente nuovo per lui è il denaro cartaceo usato nel reame del Gran Khan.
Marco Polo non esprime mai il suo pensiero, ma riferisce obiettivamente quello che vede o sente. Possiamo solo immaginare cosa provò quando fu attaccato da predoni che catturarono alcuni suoi compagni e ne uccisero altri.
Al servizio di Qubilai Khan?
Marco afferma che i Polo rimasero 17 anni al servizio di Qubilai Khan, vale a dire il Gran Khan. In quel tempo Marco Polo venne spesso mandato in missione in distanti parti dell’impero per raccogliere informazioni, e persino governò quella che oggi è la città di Yang-chou, nella provincia di Kiangsu.
Non sappiamo se tutto quello che Marco Polo racconta è vero. I mongoli non si fidavano dei cinesi che avevano sottomesso e si servivano di stranieri per governare l’impero. Tuttavia sembra poco probabile che un illetterato come Marco Polo potesse diventare governatore. Forse egli esagera l’incarico che ricoprì. Comunque gli studiosi sono propensi a riconoscere che potrebbe essere stato “un utile emissario di un certo livello”.
Ad ogni modo Marco Polo fu in grado di fare una splendida descrizione di metropoli ricchissime e di usanze pagane ed esotiche proprie di un mondo completamente ignoto in Europa, o noto solo attraverso favole e dicerie. Potevano esistere davvero paesi civili così popolosi, più ricchi di quelli europei? Sembrava impossibile.
Il palazzo del Gran Khan era “il più gran palazzo che si sia mai visto”, dice Marco Polo. “È palazzo tanto bello e maestoso che nessuno al mondo che avesse la facoltà di farlo avrebbe saputo disegnarlo e costruirlo in modo migliore”. Le mura erano ricoperte d’oro e d’argento, adorne di statue di draghi, animali e uccelli dorati, cavalieri e idoli. Il tetto elevato, vermiglio, giallo, verde e blu, splendeva come cristallo. Gli splendidi parchi erano pieni di animali di ogni tipo.
A differenza delle vie tortuose dell’Europa medievale, le strade di Cambaluc erano così ampie e diritte che da un punto delle mura della città si vedevano le mura sul lato opposto. “Cambaluc è la città del mondo dove arrivano più rarità, più cose di pregio e in maggior quantità di ogni altra città del mondo”, dice il veneziano. “Pensate solo a questo: a Cambaluc arrivano ogni giorno non meno di mille carrettate di seta”.
Il numero di imbarcazioni che navigavano lungo lo Yangtze Kiang, uno dei fiumi più lunghi del mondo, era straordinario. Marco Polo giudicò che solo nel porto di Sinju vi fossero 15.000 navi circa.
Fra le usanze dei mongoli che Marco Polo menziona vi è quella del matrimonio di bambini morti. Se una famiglia perdeva un figlio di quattro anni o poco più e un’altra una figlia della stessa età, i padri potevano decidere di farli sposare, facendo poi un regolare contratto di nozze e tenendo una gran festa. Si offrivano cibi e si bruciavano figure di carta raffiguranti schiavi, monete e oggetti di casa, con la convinzione che gli “sposi” avrebbero posseduto queste cose nel cosiddetto altro mondo.
Marco Polo rimane colpito dal valore militare dei mongoli, dai loro sistemi di governo e dalla tolleranza religiosa. Le misure socioeconomiche includevano sovvenzioni per i poveri e i malati, pattuglie antincendio e antisommossa, granai di riserva per alleviare la miseria causata dalle inondazioni e un sistema postale per comunicare rapidamente.
Pur essendo a conoscenza dei tentativi dei mongoli di invadere il Giappone, Marco Polo non afferma di esserci stato. Tuttavia sostiene che in Giappone c’era oro in tale abbondanza che il tetto e il pavimento del palazzo dell’imperatore erano d’oro. Il suo è l’unico riferimento al Giappone nella letteratura occidentale anteriore al XVI secolo.
Il libro di Marco Polo fu sia ammirato che dileggiato per secoli. Oggi gli studiosi, dopo aver soppesato tutte le sue imprecisioni, lo definiscono “la migliore descrizione esistente” del regno di Qubilai nel suo massimo splendore.
Il ritorno a Venezia
I Polo lasciarono la Cina verso il 1292. Marco dice che la spedizione compì un viaggio di 21 mesi, che partì da quella che oggi è Quanzhou, sostò in Vietnam, nella Penisola Malese, a Sumatra e nello Srī Lanka, quindi seguì la costa dell’India fino in Persia. L’ultima tappa del viaggio li portò a Costantinopoli e infine a Venezia. Poiché erano stati via per 24 anni, non è difficile immaginare che i parenti stentassero a riconoscerli. Ormai Marco aveva 41 o 42 anni.
È difficile calcolare quanto abbia viaggiato Marco Polo. Uno scrittore che recentemente ha cercato di ricalcare le sue orme ha percorso circa 10.000 chilometri fra l’Iran e la Cina soltanto. Anche con moderni mezzi di trasporto è stata un’ardua impresa.
Si dice che il libro di Marco Polo sia stato dettato nel 1298 a un certo Rustichello da Pisa in una prigione di Genova. La tradizione vuole che in una battaglia navale, mentre era al comando di una galea veneziana, Marco Polo venisse fatto prigioniero dai genovesi, che erano in guerra con Venezia. Rustichello da Pisa, suo compagno di prigionia, aveva esperienza come scrittore di storie in prosa in francese o franco-italiano, e la compagnia di Marco Polo evidentemente fu uno stimolo a scrivere.
Con tutta probabilità Marco Polo fu rimesso in libertà nel 1299, quando Venezia e Genova fecero la pace. Tornò a Venezia, si sposò ed ebbe tre figlie. Nel 1324, a 69 anni, morì nella sua città natale.
Nella mente di alcuni permane il dubbio se Marco Polo abbia davvero fatto tutto quello che dice o abbia semplicemente ripetuto storie sentite da altri viaggiatori. Ma qualunque fossero le fonti del Milione di Marco Polo, gli studiosi ne riconoscono il valore. “Mai né prima né dopo”, dice uno storico, “un solo uomo ha fornito all’Europa una tale mole di nuove informazioni geografiche”. Il libro di Marco Polo è una testimonianza dell’interesse dell’uomo per i viaggi, le novità e i paesi lontani.

venerdì 9 settembre 2016

«I have a dream!» Martin Luther King

Risultati immaginiEsistevano in America fontanelle pubbliche separate per bianchi e neri. A teatro, le balconate erano altrettanto separate e così i posti negli autobus pubblici. La lotta per cambiare queste condizioni e guadagnare la parità dei diritti di fronte alla legge per i cittadini di qualsiasi razza è stata la scelta di fondo della breve vita di Martin Luther King.
Pacifista convinto e grande uomo del Novecento, Martin Luther King Jr. nasce il 15 gennaio 1929 ad Atlanta (Georgia), nel Profondo sud degli States. Suo padre era un predicatore della chiesa battista e sua madre una maestra. I King inizialmente vivono nella Auburn Avenue, soprannominata il Paradiso Nero, dove risiedono i borghesi del ghetto, gli "eletti della razza inferiore", per dirla con un'espressione paradossale in voga al tempo. Nel 1948 Martin si trasferisce a Chester (Pennsylvania) dove studia teologia e vince una borsa di studio che gli consente di conseguire il dottorato di filosofiaa Boston.
Qui conosce Coretta Scott, che sposa nel '53. A partire da quell'anno, è pastore della Chiesa battista a Montgomery (Alabama). Nel periodo '55-'60, invece, è l' ispiratore e
l'organizzatore delle iniziative per il diritto di voto ai neri e per la parità nei diritti civili e sociali, oltre che per l'abolizione, su un piano più generale, delle forme legali di discriminazione ancora attive negli Stati Uniti.
Nel 1957 fonda la "Southern Christian Leadership Conference" (Sclc), un movimento che si batte per i diritti di tutte le minoranze e che si fonda su ferrei precetti legati alla non-violenza di stampo gandhiano, suggerendo la nozione di resistenza passiva. Per citare una frase di un suo discorso: "...siamo stanchi di essere segregati e umiliati. Non abbiamo altra scelta che la protesta. Il nostro metodo sarà quello della persuasione, non della coercizione... Se protesterete con coraggio, ma anche con dignità e con amore cristiano, nel futuro gli storici dovranno dire: laggiù viveva un grande popolo, un popolo nero, che iniettò nuovo significato e dignità nelle vene della civiltà.". Il culmine del movimento si ha il 28 agosto 1963 durante la marcia su Washington quando King pronunci a il suo discorso più famoso "I have a dream...." ("Ho un sogno"). Nel 1964 riceve ad Oslo il premio Nobel per la pace.
Durante gli anni della lotta, King viene più volte arrestato e molte manifestazioni da lui organizzate finiscono con violenze e arresti di massa; egli continua a predicare la non violenza pur subendo minacce e attentati.
"Noi sfidiamo la vostra capacità di farci soffrire con la nostra capacità di sopportare le sofferenze.metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nell' ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello alla vostra coscienza e al vostro cuore che alla fine conquisteremo anche voi, e la nostra vittoria sarà piena.
Nel 1966 si trasferisce a Chicago e modifica parte della sua impostazione politica: si dichiara contrario alla guerra del Vietnam e si astiene dal condannare le violenze delle organizzazioni estremiste, denunciando le condizioni di miseria e degrado dei ghetti delle metropoli, entrando così direttamente in conflitto con la Casa Bianca.
Nel mese di aprile dell'anno 1968 Luther King si recò a Memphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri), che erano in sciopero. Mentre, sulla veranda dell'albergo, s'intratteneva a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vennero sparati alcuni colpi di fucile: King cadde riverso sulla ringhiera, pochi minuti dopo era morto. Approfittando dei momenti di panico che seguirono, l'assassino si allontanò indisturbato. Erano le ore diciannove del 4 aprile. Il killer fu arrestato a Londra circa due mesi più tardi, si chiamava James Earl Ray, ma rivelò che non era stato lui l'uccisore di King; anzi, sosteneva di sapere chi fosse il vero colpevole. Nome che non poté mai fare perché venne accoltellato la notte seguente nella cella in cui era rinchiuso.
Ancora oggi il mistero della morte dell'indimenticabile leader nero rimane insoluto.
A lui sono oggi dedicate molte vie, piazze, poesie e canzoni; non ultima la famosissima "Pride - In the name of love" degli U2.

lunedì 28 marzo 2016

Per questo la parola d’ordine è “disobbedienza “ !


Chi mi conosce bene sa che la parte più importante della mia esistenza non è quella materiale , rispondente alle necessità di un sistema sociale costruito e costituito; ma bensì quella spirituale. La parte filosofica e ideale , quella che crede più alla rivoluzione che ognuno può fare dentro di se , e che coinvolge gli altri, eventualmente, solo se lo scelgono liberamente, con l’emulazione. La base ideale che afferma che l’amore produce amore e l’odio, odio. La filosofia dell’armonia dove nessuno pensa che può controllare altro che se stesso. Il caos è dato dall'intrusione di una volontà terza, nella libertà altrui. Dove non esista più conformismo perché superato dalla condivisione. Siamo parte della natura , o no ?  Se è si rispettiamola e rispettiamo le sue leggi. Se è no chiariamo per una volta e per tutte cosa siamo . Questa crisi non è una crisi economica , non è un problema per economisti, questa crisi è esistenziale , è un problema per psicanalisti . E' l'incapacità dell'individuo di definire cosa sia essenziale per la sua serena esistenza. Qualcuno direbbe è un problema filosofico – ideale. La nostra società, affonda perché non riesce più a sognare, a progettare,  a fissare il suo procedere sui binari dei valori fondamentali dell’uomo e della natura. Nella realtà molti di noi hanno ancora dei sogni. Quello che manca è il tempo per raccontarli,  la forza per crederci veramente, e ancora prima degli altri, noi stessi. Continuando a dire sempre le stesse cose ; è finita che non ci crede più nessuno. Se il futuro tornasse ad essere il luogo ideale dove proiettare i propri sogni , dovrebbe rappresentare la speranza , non certo la minaccia.
Cosa assai più grave è, se si afferma che il futuro semplicemente non esiste. Che è rappresentato dalla disoccupazione a due cifre, dal contratto non rinnovato, dalla rata del mutuo,  dalle imprese sul lastrico e dalle mille problematiche fuori controllo . Con queste condizioni nessuno ha la forza di guardare oltre, si vive in un presente perennemente ricolmo d’ansie, schiacciati dalla paura di non farcela. Paradossalmente, le macerie del dopo guerra, spinsero i nostri nonni a sognare e progettare un futuro di benessere, impiegando ogni tipo di espediente per trarne energie e forza. Avevano guardato dritto negli occhi la morte per scegliere senza esitare, di desiderare fortemente la vita. Oggi se volessimo costruire un parallelismo potremmo dire che sulle macerie  della società dei consumi, la cui crescita dopata ha ucciso i desideri, l’inconscio dei nipoti, a differenza dei loro nonni, sembra ipnotizzato da un eccesso artificiale di libertà e da un senso di disorientamento dato dall’assenza di punti di riferimento.
Un tempo la vita era l’università dell’uomo che si faceva da solo, oggi le università, formano individui che non trovano spazio in questa vita, o quantomeno, inadeguati per entrare nei processi moderni di produzione della ricchezza. Forse nella fretta di far crescere un modello nuovo di società, abbiamo trascurato di legare ad essa il concetto di comunità. La società è un meccanismo , null’altro. La comunità  invece, nel senso sociologico soprattutto, è un insieme di persone unite dalla condivisione di valori , usi, costumi, credenze ecc. La proposizione che afferma” il mondo è la nostra casa”, non significa nulla. Il mondo è la casa di un numero indefinito di comunità, dove la comunità è la casa della nostra coscienza, del nostro essere, della nostra stessa anima. Il problema è esistenziale perché non sappiamo più chi siamo, da dove veniamo e soprattutto dove vogliamo andare. Ognuno è un battello senza porto che naviga alla ricerca della propria bufera . Siamo dei naufraghi, proprio come quelli che sbarcano nelle nostre coste, con la sostanziale differenza, che loro mettono a rischio la vita per il loro sogno mentre a noi è stata inibita la facoltà di poter Sognare.

 Lavorare sull’appartenenza alla propria comunità, potrebbe far riaffiorare quei segni identitari utili a superare molti degli egoismo del nostro vivere. Iniziare a scegliere come stile di vita proprio, l’applicazione dei concetti di etica e di morale , percorrere tutti quegli aspetti valoriali che da sempre hanno nobilitato l’individuo, definire i codici distintivi per prendere le distanze di  una certa classe dirigente impegnata continuamente nel dare il cattivo esempio, al punto di non aver più riconosciuti i titoli per imporre regole che è la prima a non rispettare. Ricostruire l’autorevolezza di tutte quelle istituzione che per via di individui inadeguati hanno conosciuto lunghi periodi di umiliazione. Un riscatto sociale che inizia da se stessi come individui, ma come individui appartenenti ad una determinata Comunità. Invertire gli ordini dei valori potrà contribuire a ridefinire il nostro modo di desiderare quello che veramente è importante per noi, tirandoci fuori dalla sbornia in cui ci siamo cacciati. La strada che stiamo percorrendo è la strada del fallimento assicurato. E non di certo del fallimento economico, ma del fallimento della propria vita, quella stessa definita come unica ed irripetibile, Quella che una volta persa non vi sono soldi che  la possono rendere indietro. Rivoluzionare se stessi e definire il concetto di comunità potrebbe risultare una soluzione possibile ai guai dei nostri tempi. Per questo la parola d’ordine è “disobbedienza “ ! Disobbedire a tutto ciò che ha costruito i presupposti dalla nostra infelicità, a partire da tutti quei sistemi sociali, scolastici e di cultura convenzionale atti solo a obbligarci servilmente al sistema.

Gaetano Amenta

Per questo la parola d’ordine è “disobbedienza “ !


Chi mi conosce bene sa che la parte più importante della mia esistenza non è quella materiale , rispondente alle necessità di un sistema sociale costruito e costituito; ma bensì quella spirituale. La parte filosofica e ideale , quella che crede più alla rivoluzione che ognuno può fare dentro di se , e che coinvolge gli altri, eventualmente, solo se lo scelgono liberamente, con l’emulazione. La base ideale che afferma che l’amore produce amore e l’odio, odio. La filosofia dell’armonia dove nessuno pensa che può controllare altro che se stesso. Il caos è dato dall’introsione di una volontà nella libertà altrui. Dove non esista più conformismo perché superato dalla condivisione. Siamo parte della natura , o no ?  Se è si rispettiamola e rispettiamo le sue leggi. Se è no chiariamo per una volta e per tutte cosa siamo . Questa crisi non è una crisi economica , non è un problema per economisti, questa crisi è esistenziale , è un problema per psicanalisti . Qualcuno direbbe è un problema filosofico – ideale. La nostra società, affonda perché non riesce più a sognare, a progettare,  a fissare il suo procedere sui binari dei valori fondamentali dell’uomo e della natura. Nella realtà molti di noi hanno ancora dei sogni. Quello che manca è il tempo per raccontarli,  la forza per crederci veramente, e ancora prima degli altri, noi stessi. Continuando a dire sempre le stesse cose ; è finita che non ci crede più nessuno. Se il futuro tornasse ad essere il luogo ideale dove proiettare i propri sogni , dovrebbe rappresentare la speranza , non certo la minaccia.
Cosa assai più grave è, se si afferma che il futuro semplicemente non esiste. Che è rappresentato dalla disoccupazione a due cifre, dal contratto non rinnovato, dalla rata del mutuo,  dalle imprese sul lastrico e dalle mille problematiche fuori controllo . Con queste condizioni nessuno ha la forza di guardare oltre, si vive in un presente perennemente ricolmo d’ansie, schiacciati dalla paura di non farcela. Paradossalmente, le macerie del dopo guerra, spinsero i nostri nonni a sognare e progettare un futuro di benessere, impiegando ogni tipo di espediente per trarne energie e forza. Avevano guardato dritto negli occhi la morte per scegliere senza esitare, di desiderare fortemente la vita. Oggi se volessimo costruire un parallelismo potremmo dire che sulle macerie  della società dei consumi, la cui crescita dopata ha ucciso i desideri, l’inconscio dei nipoti, a differenza dei loro nonni, sembra ipnotizzato da un eccesso artificiale di libertà e da un senso di disorientamento dato dall’assenza di punti di riferimento.
Un tempo la vita era l’università dell’uomo che si faceva da solo, oggi le università, formano individui che non trovano spazio in questa vita, o quantomeno, inadeguati per entrare nei processi moderni di produzione della ricchezza. Forse nella fretta di far crescere un modello nuovo di società, abbiamo trascurato di legare ad essa il concetto di comunità. La società è un meccanismo , null’altro. La comunità  invece, nel senso sociologico soprattutto, è un insieme di persone unite dalla condivisione di valori , usi, costumi, credenze ecc. La proposizione che afferma” il mondo è la nostra casa”, non significa nulla. Il mondo è la casa di un numero indefinito di comunità, dove la comunità è la casa della nostra coscienza, del nostro essere, della nostra stessa anima. Il problema è esistenziale perché non sappiamo più chi siamo, da dove veniamo e soprattutto dove vogliamo andare. Ognuno è un battello senza porto che naviga alla ricerca della propria bufera . Siamo dei naufraghi, proprio come quelli che sbarcano nelle nostre coste, con la sostanziale differenza, che loro mettono a rischio la vita per il loro sogno mentre a noi è stata inibita la facoltà di poter Sognare.

 Lavorare sull’appartenenza alla propria comunità, potrebbe far riaffiorare quei segni identitari utili a superare molti degli egoismo del nostro vivere. Iniziare a scegliere come stile di vita proprio, l’applicazione dei concetti di etica e di morale , percorrere tutti quegli aspetti valoriali che da sempre hanno nobilitato l’individuo, definire i codici distintivi per prendere le distanze di  una certa classe dirigente impegnata continuamente nel dare il cattivo esempio, al punto di non aver più riconosciuti i titoli per imporre regole che è la prima a non rispettare. Ricostruire l’autorevolezza di tutte quelle istituzione che per via di individui inadeguati hanno conosciuto lunghi periodi di umiliazione. Un riscatto sociale che inizia da se stessi come individui, ma come individui appartenenti ad una determinata Comunità. Invertire gli ordini dei valori potrà contribuire a ridefinire il nostro modo di desiderare quello che veramente è importante per noi, tirandoci fuori dalla sbornia in cui ci siamo cacciati. La strada che stiamo percorrendo è la strada del fallimento assicurato. E non di certo del fallimento economico, ma del fallimento della propria vita, quella stessa definita come unica ed irripetibile, Quella che una volta persa non vi sono soldi che  la possono rendere indietro. Rivoluzionare se stessi e definire il concetto di comunità potrebbe risultare una soluzione possibile ai guai dei nostri tempi. Per questo la parola d’ordine è “disobbedienza “ ! Disobbedire a tutto ciò che ha costruito i presupposti dalla nostra infelicità, a partire da tutti quei sistemi sociali, scolastici e di cultura convenzionale atti solo a obbligarci servilmente al sistema.

Gaetano Amenta

giovedì 24 marzo 2016

Non dimenticare mai di essere felice !

Se per un attimo trovi la forza di non farti trascinare dalla corrente. Di uscire dalla corsa del fiume sociale e sederti sulla sua sponda . Rimanere immobile e lasciare ai tuoi occhi la libertà  di guardare intorno, di scorgere quelle cose che la fretta non ti ha mai permesso di apprezzare. Il gioco delle nuvole nell'immensità del cielo indaco. La serenità di un campo di grano. L'arcobaleno di un prato in fiori . L'entusiasmo degli uccelli in canto . La dolcezza del tenero bacio di tuo figlio. Una stretta di mano sincera di un caro amico.  Il pane bianco, l'olio e una spruzzata di sale. L'acqua limpida nel momento di sete. La carezza sulla guancia di tua madre nell'attimo di tenerezza. La consapevolezza di essere infinito perché parte dell'immensità di questo universo. Sorridi, gioisci delle piccole cose e dona amore. Ricordati che la felicità è una condizione che molte volte si perde per distrazione. Allora non distrarti mai. Non dimenticarti mai di essere felice !

P.S. La foto postata sopra è di un bambino dell' Iraq che ha perso la madre e per poterla riabbracciare la disegnata con il gesso per terra, e vi si è coricato accanto.


martedì 22 marzo 2016

"Sono nata il 21 a primavera": Alda Merini, poetessa folle d’amore .

La sua poesia, 'una gruccia' scritta con i colori del cielo
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«Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta».Si auto presenta così Alda Merini, nata a Milano il 21 marzo del 1931, la poetessa folle d’amore e di vita che aveva trovato «i suoi versi intingendo il calamaio nel cielo». Quella piccola «ape furibonda», come la definiscono le sue 4 figlie, «che con la sua vita difficile e la sua opera sofferta ha segnato la storia culturale non solo di Milano». E già. Perché Alda la vita «l’ha goduta tutta»nonostante gli anni trascorsi in manicomio: «la vita è spesso un inferno, per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara»
La poesia fa irruzione nella sua vita di ragazza di umili origini all’età di 15 anni nonostante la bocciatura in italiano al Liceo Manzoni. Da allora non l’ha più abbandonata diventando un’ancora di salvezza nel continuo andirivieni da cliniche psichiatriche. Una «gruccia» capace di tenere su il «suo scheletro tremante»: «Se la mia poesia mi abbandonasse come polvere o vento, io cadrei a terra sconfitta», dice Alda Merini della sua arte, un dono sublime frutto di una sconfinata sensibilità: «Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi». Continua la ricerca d’amore nelle sue opere («forse perché non l'ho avuto lo canto tanto») che si alterna al costante occhio di riguardo nei confronti degli ultimi: «Ma l’amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria».
  
Rime graffianti, «alacri come il fuoco», ma così soavi quelle di Alda Merini che racchiudono in sé la vita stessa fatta di contraddizioni, di gioia e inquietudine, di luce e di buio. Di quel buio tanto caro ai poeti che come «falchi o usignoli lavorano di notte quando tace il rumore della folla e termina il linciaggio delle ore». E non c’è miglior interprete della vita del poeta che «raccoglie i dolori e sorrisi e mette assieme tutti i suoi giorni in una mano tesa per donare, in una mano che assolve perché vede il cuore di Dio». Un Dio a volte lontano ma comunque un Dio d’amore: «Appari e dispari come un luogotenente del destino. Perderti è come perdere la speranza ed io ti ho perduto non una ma un milione di volte e ritrovarti è come sorgere dall’eterno peccato per vedere le falle della vita».

 «La gente non sogna più, non ha più tempo», dichiara la poetessa dei Navigli in una delle sue ultime interviste. Ma la poesia non passa mai di moda. È sempre un rifugio attuale sembra dirci Alda Merini: «Pensate che potete camminare su di noi (i poeti, ndr) come su dei grandi tappeti e volare oltre questa triste realtà quotidiana».

domenica 20 dicembre 2015

«La politica non serve a niente»: Stefano Feltri e l'impotenza dei governi

Da quando c’è Matteo Renzi presidente del Consiglio si è affermata una rassicurante idea di come uscire dalla crisi. «Bisogna che l’Italia torni a fare l’Italia» ripete il premier, per poi partire con l’elenco di tutto quello che abbiamo di «bello» da offrire al mondo, dal cibo – celebrato a Milano all’Expo 2015 e sugli scaffali dei negozi Eataly del renziano Oscar Farinetti – all’arte e alla cultura, che lui intende sempre come insieme di monumenti, quadri, strade, palazzi, chiese. I libri e le idee sono fuori dal suo orizzonte. Il futuro dell’Italia passa da lì, sembra intendere Renzi, dalla trasformazione dell’intero Paese in una specie di grande museo degli Uffizi, simbolo fiorentino della cultura italiana esposta al mondo.

Una strategia che legittima una certa irritazione: immaginare un Paese fondato sul lardo di colonnata può essere frustrante mentre altrove si progetta uno sviluppo attorno ai big data e alle intelligenze artificiali. Ma potrebbe anche essere un esercizio di realismo. Perché forse non ci restano molte alternative. A Berlino ho incontrato l’economista brasiliano Alfredo Valladão, docente della Paris School of International Affairs e autore di Masters of the algorithms, un paper nel quale ha analizzato le implicazioni geopolitiche della nuova economia digitale. Parlando di Paesi come l’Italia, ha espresso due concetti efficaci: sono economie destinate al modello chicken flight, il volo della gallina, perché come quel pennuto agitano le ali, si alzano di qualche centimetro da terra ma restano soltanto un’imitazione goffa degli uccelli veri. Mentre gli altri mercati nazionali volano davvero, le economie chicken flight si limitano a svolazzare per pochi metri, senza ambizioni e forti soltanto di prodotti good enough, abbastanza buoni, quelli di cui ci sarà sempre bisogno ma che la concorrenza ha reso poco remunerativi e che non hanno molta possibilità di evolversi. In questi Paesi, spiega Valladão, “i governi potrebbero trovarsi incapaci di continuare a redistribuire le risorse come i loro cittadini si aspettano”. Nello scenario futuro comanderanno «i signori degli algoritmi», agli altri andranno le briciole.

Quando Henry Ford ha imposto la catena di montaggio come standard produttivo, ha anche creato le condizioni per costruire il moderno nazionalismo: masse di individui che si guadagnano da vivere svolgendo lavori molto simili che fruttano redditi molto simili per comprare prodotti e servizi altrettanto simili. Un patriottismo economico che permette anche di imporre una nuova generazione di leader politici e di élite manageriali, capaci di interpretare le domande che arrivano da una società non più agricola, sempre più urbana, omogenea e ambiziosa, che si aspetta una notevole mobilità sociale (i figli che devono vivere meglio dei genitori). E che per veder realizzate queste aspettative è disposta a pagare le tasse necessarie a costruire le infrastrutture di un modello di sviluppo che sembra portare benefici a tutti ma soprattutto ai più poveri.

La Grande depressione e le due guerre mondiali sono deviazioni temporanee in una traiettoria altrimenti armoniosa che sembra rassicurare chi invece vedeva nel modello fordista della «produzione di massa per un consumo di massa» un limite intrinseco: non prevede mai il raggiungimento di uno status quo, di un tetto. Per sopravvivere ha bisogno di una continua espansione omogenea tanto dei consumi che della produzione, altrimenti si passa in un attimo dall’occupazione di massa alla disoccupazione di massa. Ci sono soltanto due strade da seguire: o trovare nuovi consumatori o spingere quelli esistenti a consumare sempre di più. E se non hanno reddito sufficiente, bisognerà incentivarli a prendere a prestito. Serve quindi anche un sistema finanziario efficiente che sovvenzioni consumi e investimenti.

Gli anni noti come «trenta gloriosi», dal 1945 al 1973, si chiudono con il primo shock petrolifero. E non è una mera coincidenza che due anni dopo nasca il G6, il coordinamento delle più grandi economie del mondo, Unione sovietica esclusa: una governance a livello nazionale non è più sufficiente per garantire quell’equilibrio, più precario del previsto. Le aziende capiscono che non possono più limitarsi al proprio mercato domestico di riferimento abituale, devono espandersi cercando nuove basi di consumatori e altre vie per aumentare efficienza e produttività: per sopravvivere sono costrette a scegliere una dimensione multinazionale. Dal lato dell’offerta c’è quindi uno slancio a diventare produttori globali, ma la figura del «consumatore globale» ancora non si è sviluppata del tutto. C’è ancora la cortina di ferro.

Bisogna aspettare il 1989, la caduta del muro di Berlino e la ricomposizione dell’Europa per avere finalmente il campo da gioco di cui le multinazionali avevano bisogno: centinaia di milioni di consumatori finalmente liberi di poter avere gli stessi gusti e le stesse mode, di guardare gli stessi film (americani) e di desiderare di mangiare gli stessi hamburger e indossare le stesse scarpe. Il modello di Henry Ford rinasce, con una standardizzazione dei consumi globale.

Poi arriva la grande crisi globale del 2008, innescata proprio dal fatto che i «consumatori di ultima istanza», cioè gli americani che continuavano a indebitarsi per migliorare il proprio tenore di vita, smettono di garantire quella domanda crescente a cui tutta la catena produttiva globale si era abituata. Ancora una volta, come nelle altre crisi, c’è uno scatto della governance globale, nel tentativo di dare una risposta politica al livello cui si concentrano i problemi. Nel 2009, infatti, per volontà del presidente americano George W. Bush viene rivitalizzata un’istituzione che sembrava nata morta, cioè il G20, e il suo corrispettivo finanziario, il Financial Stability Board, guidato da Mario Draghi dal 2006 fino al 2011, quando passa alla presidenza della Banca centrale europea.

In questo contesto produttivo in così rapida trasformazione, l’autarchia non è neppure immaginabile: nessun sistema economico, nazionale ma anche continentale, può fare da solo e mettersi al riparo dai flussi globali. Soprattutto se vuole provare a trarre qualche beneficio dalla parte più alta della catena del valore, cioè da quei settori e da quelle attività – entrambi globali – in cui si concentra la produzione di ricchezza. Le élite nazionali e i politici sono quindi costretti ad affidare le proprie speranze e carriere a un sistema economico e finanziario globale che non controllano più. Soltanto se torna la crescita i politici di ogni colore e schieramento possono sperare di essere rieletti. Soprattutto in Europa.

Ma se questo succederà, sarà grazie a canali e processi che i governi non riescono più a controllare. In entrambi i casi, sia che la situazione resti stagnante sia che migliori, sia nei Paesi dei vincitori sia in quelli dei vinti, chi governa farà sempre più fatica a nascondere agli elettori la propria inutilità